Dunque, la notizia è una ripetizione: Berlusconi si vuole ricandidare. Di questi tempi ogni novità è una riedizione mascherata, e non dovrebbe stupire che il Cav sia, a suo modo, coerente con se stesso e con la sua (e nostra) epoca.
Piuttosto sarebbe il caso di riflettere sul peso che questa epoca assegna alla leadership. Si immagina che ogni “capo” sia risolutivo, e che tutta la politica si riassuma nello scegliere l’uno o l’altro. Renzi oppure Berlusconi oppure Grillo. E’ la modernità, ci viene detto. I partiti non contano più, e l’idea che la politica sia un’avventura collettiva, un coro a più voci, appare datata come il gettone del telefono e la Olivetti lettera 32.
 Ma le cose stanno davvero così ? A me sembra piuttosto che proprio questa ansia di riassumere tutta la vicenda politica in una sfida tra i leader sia tra le cose più antiche e polverose che ci possano capitare. Qualcosa che somiglia ai re taumaturghi raccontati da Marc Bloch. Era nel medioevo che il sovrano guariva i malati di scrofola con l’imposizione delle mani. Successivamente, la politica aveva preso strade più laiche e democratiche. Strade lungo le quali contavano le molte persone e non solo colui che le guidava.
Si è spesso accusata la vecchia Dc di avere ospitato troppi galli nel suo pollaio. E di aver reso la vita difficile anche ai migliori tra i suoi dirigenti. De Gasperi, per dire, fu estromesso in malo modo dall’impeto dei rinnovatori del suo tempo. Era un eccesso quella rivendicazione di collegialità ? E’ assai probabile. Ma forse oggi vale la pena di denunciare l’eccesso opposto: quel culto dell’autorità solitaria che oggi va tanto di moda.
Una moda che Berlusconi ha contribuito a diffondere. E alla quale è evidente che non vuole rinunciare.
Personalmente ho molti dubbi che quella moda coincida con l’interesse generale del paese.