Martinazzoli era, prima di tutto, il suo linguaggio. Un calligrafo, secondo i suoi denigratori. O magari piuttosto, per chi lo ha conosciuto, un leader che, attraverso tutte le sfumature del vocabolario, esplorate con una singolare raffinatezza, riusciva a dare limpidezza e significato alla sua fatica politica.

Era un uomo mite ed era un politico rigoroso. Mite nel rispetto degli altri e delle loro idee. Rigoroso verso i problemi e, nel suo estremo perfezionismo, anche verso se stesso. Un uomo colto non per una superficiale civetteria ma perché solo la cultura gli permetteva di raggiungere una certa inesplorata profondità della politica. Un uomo difficile, come sono difficili tutte le figure autentiche.

Nei discorsi parlamentari di Martinazzoli si sente tutto il respiro di una passione pubblica che non indulgeva mai più di tanto allo spirito di parte. Se i democristiani più di tutti hanno concorso a cercare le vie dell’unificazione politica e civile di un paese attraversato da mille lacerazioni, va detto che l’ultimo segretario di quella Dc che si avviava ormai alla sua fine è stato il tessitore accurato, paziente e meticoloso di una trama che dopo di lui si è sfilacciata fino all’estremo. Solo in questo, forse, era una figura crepuscolare. Felicemente, meritoriamente, e direi orgogliosamente crepuscolare.

La sua interlocuzione parlamentare con gli avversari era piena di attenzione e di riguardo. A segnalare le tracce di un costume di tolleranza che gli anni successivi avrebbero fatto apparire desueto. Ma che invece fa parte di una vera e propria forma di civiltà della democrazia.

 

Era straordinariamente insofferente verso le mediocrità e le bassezze della politica, specie quelle che avevano origine dalla sua parte. Ma era anche straordinariamente curioso e paziente verso le fantasie che la politica a volte sapeva offrire e insieme verso la fatica che chiedeva in cambio.

Nell’87, da capogruppo della Dc, fu chiamato a una straordinaria opera di contorsionismo politico: annunciare il voto di astensione dei deputati democristiani al monocolore democristiano presieduto da Amintore Fanfani. Era un bizantinismo difficile da capire, tanto più da rivendicare. Ma lui lo fece con una certa grazia. “Non si riscatta un copione scadente con un colpo di teatro… Se la commedia già mediocre è diventata intollerabile e rischiosa, conviene calare il sipario”. Era il suo modo di denunciare i guasti della politica spettacolo che allora cominciava a celebrare i suoi fasti.

Qualche mese dopo, ancora da capogruppo democristiano, annunciò il voto di fiducia al governo presieduto da Giovanni Goria. Disse al presidente del consiglio che si trattava ora di governare “cioè di lavorare, di faticare, di scegliere e di decidere”. E aggiunse, rivolto ai socialisti che incalzavano il governo, che era sì il tempo di ricostruire “un legame intenso… con ciò che non è la politica”, ma che non si poteva accettare “l’abdicazione della politica dalle proprie responsabilità e dalle proprie ragioni”.

E’ noto che dalle consultazioni dei giorni precedenti era emerso il suo nome per fare quel governo. Ma una volta che il suo partito aveva deciso altrimenti e che le cose avevano preso un’altra piega se ne era fatto una ragione e aveva offerto a viso aperto la sua collaborazione. Così funzionavano allora i partiti, con vincoli di lealtà perfino più forti di quelli della disciplina e della convenienza.

 

Martinazzoli fu un democristiano atipico. “Eccentrico” come lo ha definito Pierluigi Castagnetti. Fu un critico ironico e insofferente del sistema di cui faceva parte. E per un curioso paradosso della storia fu chiamato infine a cercare di rabberciare quel sistema, modificandolo in profondità, quando ormai il tempo dei possibili aggiornamenti era passato.

Dal 1972 al 1994, in un lungo arco di vita parlamentare, attraversò l’ascesa e il declino di quella che ci si ostina a chiamare la Prima Repubblica. Eppure in tutti questi passaggi non smarrì mai il senso critico e disincantato con cui era solito misurare i sommovimenti della politica.

E così, quando tutti si sentivano al riparo di un fortilizio che sembrava dovesse essere inespugnabile, Martinazzoli ne segnalava tutte le fragilità e i punti critici. E quando invece quel fortilizio veniva preso d’assalto da una sorta di corale e furente demonizzazione di tutte le nostre identità, lui metteva in guardia da un sentimento che a quel punto era diventato troppo facilmente e troppo inutilmente distruttivo.

 

Amava dire che la vita era molto più della politica. Ma in fondo la politica era la sua vita. E nella sua politica ha messo, credo, tanta vita. La sua e quella di tante persone a cui si è dedicato con l’amore ruvido e discreto di cui era singolarmente capace.

 

Per la sua scelta di tirarsi in disparte è stato chiamato, con poca carità, il Celestino V della storia democratico cristiana. Era una definizione ingiusta. Ma se proprio si vuol confondere il sacro e il profano, io penso piuttosto che di quella storia lui sia stato il Giovanni XXIII. Solo che, dopo di lui, non c’è stato il Concilio. Non c’è stato per i democristiani. Ma temo non ci sia stato, in modo più ampio, per la nostra Repubblica.

A Mino dobbiamo essere grati per avere, almeno, tentato.

MF