Dovranno rendersi complementari, Gentiloni e Renzi. Farsi yin e yang, sole e luna, bianco e nero, Moro e Fanfani. Valorizzare le proprie differenze senza renderle troppo stridenti, sicché quanti sono infastiditi dall’immodesto e baldanzoso dinamismo renziano possano rispecchiarsi nella felpata prudenza di Gentiloni, e viceversa quanti sono annoiati da un certo apparente grigiore del premier possano girarsi verso la parte più colorata e rutilante del segretario pd.

I partiti a una dimensione, schiacciati sulla figura del loro leader, non hanno portato una gran fortuna al paese. E neppure a loro stessi, almeno a lungo andare. Così, torna l’esigenza di pensare partiti pluralisti, dove non domini il pensiero unico, dove alcune limitate differenze possano perfino essere d’aiuto.

Certo, non è questo il modello che aveva in testa Renzi. Ma è l’unica strada che gli resta. Valorizzare l’altro da sé come segno, se non della propria grandezza, almeno della propria apertura. Bandire le proprie illusioni per conservare quello che resta della propria realtà.

In gergo, si chiama politica.

MF