Nei lontani anni settanta Andreotti deliziò un congresso democristiano ricordando un pontefice marchigiano, Sisto V, che era stato votato dal Conclave per un papato  che la sua incerta salute induceva a considerare breve. Invece, appena eletto il Papa si sbarazzò delle stampelle rivelando una salute di ferro e diede inizio a uno dei pontificati più longevi del suo tempo. Era una buona metafora del rapporto, assai controverso, tra la salute fisica e quella, diciamo così, politica e di potere. Aldo Moro a sua volta girava con una borsa piena di medicine, soffriva di pressione bassissima e aveva un’attitudine lievemente ipocondriaca. Ma questo non gli impedì di fare politicamente grandi cose.
In quei tempi il leader politico non doveva apparire salutista, né palestrato, e forse neppure troppo vigoroso. La sua forza politica poteva fare a meno di esibire muscoli scultorei. Anzi, a volte accadeva il contrario. Poi i tempi sono cambiati, e ai leader della nuova generazione si chiede ora anche una certa prestanza fisica a garanzia della loro buona riuscita nel lavoro politico.
Diciamo che su questo punto si può essere laici, e giudicare un leader buono o meno buono a prescindere dal bollettino medico che lo accompagna. Non è più il caso di mostrarsi malaticci, e neppure il caso di ostentare la propria buona salute. E’ doverosa la trasparenza, questo si. Ma di lì in poi, ognuno ha diritto di regolarsi come meglio crede.
Tutto questo per rivolgere a Paolo Gentiloni un grande e affettuoso augurio. A cui si aggiunge la considerazione che la salute politica del suo governo non dovrebbe certo essere scalfita da un ricovero presso l’ospedale Gemelli. Non è il caso insomma di allarmarsi, e neppure di indire i comizi elettorali.
MF