Dunque, secondo il vicepresidente della Camera Di Maio, dopo il voto su Minzolini non ci si dovrebbe lamentare “se poi qua fuori i cittadini manifestano in maniera violenta”. Dunque, non si tratta più di quella sorta di innocente analfabetismo politico di cui lo abbiamo visto preda più volte in questi anni. Non si tratta di confondere il Cile con il Venezuela, o di inanellare tre congiuntivi sbagliati uno dopo l’altro, o ancora di esprimere pensieri la cui densità fa apparire l’ultimo dei notabili democristiani come un gigante dell’affabulazione. No. Si tratta di istigazione alla violenza. Si tratta cioè di un reato.
Ora che questi pensieri in libertà alberghino nella testa non proprio pienissima di un giovanotto che ricopre un incarico istituzionale e che stando ai desiderata di Grillo potrebbe fare un giorno o l’altro il primo ministro è il segno di un degrado civile a cui il M5S sta dando una robusta mano. Ma tant’è. Fa parte della libertà degli elettori scegliersi gente così. O magari invece ravvedersi e imboccare percorsi più costruttivi. E’ materia politica, e su questo è bello discutere e perfino litigare.
Il fatto però è che un reato è cosa diversa da una discutibile opinione. E’ qualcosa che il nostro ordinamento prevede sia perseguito. E dunque ci aspettiamo che un magistrato invii quanto prima a Montecitorio una regolare domanda di autorizzazione a procedere nei confronti dell’onorevole Di Maio. Non siamo forcaioli, e non andiamo in cerca di risse. Ma la legge è legge, e chi istiga alla violenza non può non essere chiamato a rispondere delle cose che ha detto. Dopo di che, è perfino probabile che i deputati respingeranno quella richiesta del magistrato. Che intanto però va inoltrata.
MF