Bruno Tabacci è un mio amico, cui mi legano molte cose. Lo vedo oggi accanto a Pisapia, e mi chiedo quante cose leghino politicamente loro due. Persone per bene e di valore, entrambi. Eletti in Parlamento una quindicina d’anni fa l’uno sotto le insegne della Casa delle libertà, l’altro sotto quelle di Rifondazione comunista.
Per carità, molta acqua è passata sotto i ponti e di questi tempi un certo grado di movimentismo ci sta tutto. Le vecchie identità non possono essere una camicia di forza. Ma conservano un valore. L’ombra di quello che siamo stati ci accompagna sempre e segna in qualche modo il perimetro della nostra libertà di innovazione. Almeno, credo.
Gli ultimi arrivati sono più disinvolti. Tipo Di Maio, che mescola Almirante, Berlinguer e la Dc. Ma chi ha un po’ di scuola alle spalle (e Bruno è tra questi) tende a dar un valore alla storia.
Quando uscii dall’Udc, dove l’aria si era fatta irrespirabile, Tabacci mi spiegò che bisognava restare e partecipare alla titanica sfida tra Casini e Cesa. L’argomento non mi convinse. Io mi mossi verso il centrosinistra. Non pensavo che mi avrebbe scavalcato.

MF