Caro direttore, a difesa della «sua» riforma, Renzi ha mobilitato tutte le risorse del suo spirito giovanile. Si è scelto competitori televisivi più collaudati, si è prodigato a spiegare che con le nuove regole finiranno i vecchi giochi, ha battuto e ribattuto sui tasti del ricambio generazionale che tanto gli sono cari, è sceso in guerra contro i suoi predecessori di tutti i colori politici. È una strategia elettoralmente vincente? Si vedrà. È una strategia istituzionalmente corretta? Non direi proprio. Una buona riforma dovrebbe unire. Dovrebbe prescindere dagli awersari. Tanto più dopo la pessima riuscita di quelle due pseudo riforme che abbiamo alle spalle (2000, 2005), e che sono fallite anche per quanto erano politicamente divisive. E invece, anche questa volta, si presenta il nuovo assetto costituzionale come la prova della virtù di una sola parte. Alzando ancora di più la posta della contesa. Una buona riforma dovrebbe inoltre, per quanto possibile, prescindere dal tempo. Il suo effetto si dispiegherà infatti in un arco assai più lungo della durata del governo. Il derby tra vecchio e nuovo, che ora sembra cosi attuale, troverà a suo tempo altri interpreti. E i rinnovatori di oggi vestiranno a quel punto i polverosi costumi dei loro attuali antagonisti. Insomma, un briciolo di lungimiranza avrebbe dovuto suggerire di non cadere nella trappola di una riforma troppo di parte. Ne di una riforma troppo alla moda. E invece, si insiste proprio su questo registro, nella convinzione che esso porterà consenso e voti nella direzione del «Si». È un errore? Credo di si. Ma credo anche che si tratti di un errore voluto, niente affatto casuale. Il fatto è che il premier ha scelto di battere la strada di una sorta di «grillismo di palazzo». Egli punta a strappare ai suoi oppositori alcuni argomenti antipolitici facendoli propri. Immagina che dando voce dai bastioni di Palazzo Chigi a una sorta di populismo morbido, quasi istituzionale, i populisti a denominazione d’origine controllata prima o poi batteranno in ritirata. Cosi, egli inveisce contro la politica politicante e si offre come il vendicatore dei suoi torti. La questione è tutta qui, ed è profonda. Si tratta di decidere se all’onda di piena dell’antipolitica convenga opporre la diga di una impervia battaglia politica e culturale — sapendo che questa impresa è lunga e rischiosa. Oppure se non convenga invece approntare alla bell’e meglio un piccolo riparo costruito con qualche furbesca concessione verbale ai propri awersari. È un argomento che travalica il referendum. Perché in realtà la politica italiana si è esercitata da quasi trent’anni a questa parte nel fare astutamente propri gli argomenti di quanti la volevano mettere sul banco degli imputati. Dalle picconate quirinalizie di Cossiga al disdoro beriusconiano verso i professionisti della politica fino alle più recenti invettive renziane contro l’esercito dei rottamati, molti protagonisti hanno pensato di salvarsi l’anima facendo eco alle più diffuse invettive antipolitiche. È di questo che in fondo si discute. Se la politica possa ancora proporsi per quello che è. O se essa invece debba indossare una maschera che la renda accattivante agli occhi dei suoi contestatori. Presentare la riforma come la saracinesca che d’un tratto viene fatta calare su stagioni politiche offerte tutte indistintamente al pubblico ludibrio non mi convince. Che poi a presentarla cosi sia il fulcro del potere attuale mi convince ancora meno. È una deriva demagógica quella che sta prendendo piede. È paradossale che il governo l’abbia fatta sua. Ragione di più, io credo, per dire «No».