Quella del Pd è una tipica crisi di identità. Il litigio sulle date, sulle modalità, sulle procedure nasconde a malapena la fatica di stare insieme tra le due (?) o tra le mille anime di quel partito. Si registra un eccesso di animosità personale appunto perché la sfida appare priva di contenuti e di significati che vadano al di là del destino dei singoli.
E’ un caso paradigmatico. La pretesa di radunare sotto lo stesso tetto tutti i riformisti, omologandone la matrice politica e facendo conto che si potesse superare d’un balzo le vecchie tradizioni da cui partivano comunisti, democristiani, socialisti, laici e quant’altri si è rivelata -appunto- un’illusione. Una di quelle illusioni che prima o poi presentano il conto alle loro vittime.
Ora, sia chiaro, chi scrive ha partecipato a quell’errore, e certo non può salire in cattedra su questa materia. Ma se ne può trarre, per tutti, un insegnamento. E forse anche una regola. Solo una politica che abbia radici in un tratto di storia può affrontare difficoltà e bufere. La disinvoltura con cui di tanto in tanto ci vorremmo liberare del nostro passato ci lascia una effimera brezza di libertà. Ma il giorno dopo ci condanna a difficoltà assai più complicate di quelle da cui ci illudevamo di esserci liberati.
A questo punto forse una divisione onesta vale più di una unità fittizia.
MF