Fa un’immensa tristezza, la scomparsa di Massimo Bordin. Perché ascoltandolo, (quasi) ogni mattina, capitava di pensare che magari non si era d’accordo con lui, e che se mai avesse espresso un suo punto di vista di parte, le parti non sarebbero state le stesse. Ma insieme, anche di pensare che nella sua lettura degli uomini e delle cose c’era sempre l’onestà intellettuale di riconoscere il valore di un’opinione diversa dalla propria.

Era attento, scrupoloso, rispettoso di ogni dettaglio. Mai irridente, mai presappochista, mai semplicistico. L’icona di una politica che non c’è più, e che pure lui si sforzava di raccontare ancora senza frapporvi la sua intima condanna per usi e costumi, immagini e parole, verità e partigianerie così abissalmente differenti dai suoi.

Ma d’altra parte, la democrazia è sempre l’altro, non sei mai tu. E Bordin di questa democrazia dell’altro è stato maestro. Oggi possiamo solo ringraziarlo della cura affettuosa e severa con cui ha raccontato e criticato a dovere molti di noi.

MF