Va alla grande il calcio inteso come metafora della vita. E anche della politica. Si capisce. La vittoria agli europei, e il modo in cui s’è vinto, costituiscono un bell’esempio di come vorremmo essere -e di come a volte riusciamo ad essere. Tenacia, umiltà, gioco di squadra, senso dell’amicizia. In quei valori si intravede una certa idea dell’Italia migliore, ed è ovvio che la si voglia celebrare. Anche magari con qualche enfasi di troppo.

Nei volti, nelle storie, nelle imprese della squadra sono come impressi alcuni tratti della nostra agenda civile. C’è soprattutto la consapevolezza che il risultato è figlio di un buon amalgama, e non delle imprese solitarie di un fuoriclasse. Vialli alle spalle di Mancini e Sirigu, il secondo portiere, che fa da suggeritore ai campioni in campo sono due buoni esempi di come la partita si giochi anche, e a volte soprattutto, nelle retrovie.

Ci sarà qualche attrito dietro le quinte, come avviene nelle migliori famiglie. Ma l’individualismo che abbiamo tutti dentro sembra essere contemperato dalla consapevolezza che al risultato concorrono sempre anche gli altri. Considerazione altamente “politica” e democratica.

A prendere per buono tutto questo verrebbe da dire che è arrivato il momento di archiviare il modello dei leader divinizzati di cui abbiamo lungamente celebrato il culto. E’ la squadra che conta, in campo e fuori. E sarebbe da sperare che questo stesso messaggio risuonasse chiaro e forte anche nelle nostre contrade politiche.

MF