E’ (anche) una metafora politica, quella del coronavirus. Ci spiega bene, drammaticamente, come non ci possiamo più permettere alcune delle dissennatezze tipiche del pensiero populista e sovranista che ha tenuto banco in questi anni. In almeno tre sensi.

Primo. La globalizzazione è un punto fermo. Può facilitare anche il transito dei virus, ovviamente. Ma resta l’unico modo che abbiamo per fare fronte a quei problemi che nessun paese è in grado di affrontare da solo. Da questo angolo visuale, la chiusura delle frontiere è un non senso.

Secondo. Nessuna emergenza si può affrontare segmentando oltremisura il territorio. Comuni, province e regioni non possono andare in ordine sparso quando arriva addosso al paese una difficoltà così impegnativa. I coriandoli del localismo esasperato vanno ricomposti in una logica di sistema.

Terzo. Le competenze sono un valore. Magari, a volte, un valore controverso e discutibile. Ma nessuna persona di buonsenso potrebbe continuare a recitare la filastrocca dell’uno-che-vale-uno in presenza di un’emergenza sanitaria di questa portata. C’è “uno” e “uno”, e non tutti hanno lo stesso valore.

MF