Torna il rock and roll, e torna anche il conflitto di classe. Tra le nuove leggi sugli appalti, la fine del blocco dei licenziamenti e le rinvigorite baruffe fiscali il governo si viene infatti a trovare al centro di corpose dinamiche di interessi (e di princìpi) che la deriva virtuale della politica populista s’era illusa di poter rimuovere cianciando d’altro.

Non sono solo le bandierine dietro cui i partiti un po’ si nascondono e un po’ pensano di potersi ritrovare. Sono i rapporti di forza che danno un’anima al paese e un senso al governo a seconda di come li si interpreta e li si regola. E’ evidente che il Pd cerca di difendere il suo storico legame con la Cgil, scesa sul sentiero di guerra. E altrettanto evidente che la Lega si offre come presidio politico di quella parte di economia che non vuole soffrire di troppe regole e troppi lacci. Fin qui, niente di inedito.

Ma paradossalmente proprio il riaccendersi di qualcosa che somiglia alla lotta di classe di marxiana memoria spingerà inevitabilmente il premier Draghi a vestire i panni di maestro dell’interclassismo. Un po’ perché la sua cultura economica si nutre di ricette e soluzioni mediane. E un po’ perché il suo ruolo politico gli impone di frenare gli eccessi degli uni e degli altri -pena il dissolversi del suo stesso governo.

Così, passo dopo passo, prende forma un disegno politico lucido e strategico ancorché (forse) preterintenzionale. Un disegno che sarà protagonista anche in vista del dopo.

MF

(foto Lapresse)