Si discute molto di partiti, in questi giorni. Con una punta di veleno, in realtà. Ci si chiede se essi saranno accucciati ai piedi di Draghi. O se invece si ergeranno non dico come un contraltare, ma almeno come un fattore di condizionamento del nuovo gabinetto. Si assegna loro insomma o un ruolo da gregari o da disturbatori.

Io credo invece che se i partiti avranno il fiato e il tempo per correre una corsa più lunga, usando il tempo che Draghi concede loro per ripensare se stessi, farsi venire qualche idea, riannodare legami sfilacciati, se tenteranno di fare tutto questo, avranno modo di tornare più vicini al centro della scena pubblica. Dove magari troveranno anche qualche elettore che nel frattempo ha disertato urne e congressi.

Ma di qui a lì ci dovrà essere, per forza di cose, un ripensamento intorno a se stessi. Perché i partiti una volta erano delle città -vaste, varie e popolose. E nel frattempo sono diventati degli alberghi, dove ci si prenota, ci si sente ospiti e magari non si vede l’ora di andar via.

Draghi non è un antipartito, tutt’altro. E non si farà mai un partito tutto suo. Egli sta mettendo le forze politiche nella condizione di ripensare se stesse. Capirlo è il primo passo per risalire la china.

MF