Draghi e la politica, -con/contro, dentro/fuori, sopra/sotto- comunque la si metta sembra un problema che non ha soluzione. Nec tecum, nec sine te, dicevano i latini. Se si mescola con le “bandierine”, si dissolve la sua aura. Ma se le ignora, o si illude di metterle al bando, rischia perfino di più.

Monti risolse il problema facendosi la sua lista, e non fu una grande idea. Mezzo secolo prima Einaudi parlò di “prediche inutile”, e neppure quella dovette essere una gran cosa.

Il fatto è che Draghi non può prescindere dalla politica e dai suoi eserciti, pur non essendo uno dei suoi generali. Non rientra nelle sue corde farsi un partito, ma i partiti altrui sono pur sempre quelli che decideranno il suo destino -di oggi e di domani. Dunque, egli deve mantenere vivo il “suo” rapporto con il paese, alimentare un filo di comunicazione, far sentire ai partiti che lo sostengono e lo condizionano che sullo stesso territorio che presidiano ci sarà sempre da fare i conti con un premier neutrale ma non distratto, generoso ma non sprovveduto, apartitico ma non apolitico.

I partiti parlano al paese, o almeno dovrebbero. Draghi deve parlare al paese per parlare (anche) ai partiti.

MF