Colpisce come un fulmine, la morte di Marini. Come un colpo che ti arrivi tra capo e collo senza che tu te lo possa minimamente aspettare. Perché era solido, Franco. Duro come una roccia. Eppure capace di muoversi al passo coi tempi, qualche volta precedendoli e qualche altra volta afferrandoli per la coda.

Io me lo ricordo mezzo secolo fa, o quasi. Io ero un cronista sindacale alle prime armi, scrivevo sul Popolo. E lui era un giovane sindacalista che si destreggiava tra Storti e Scalia, i big players della Cisl di quella stagione. Chiamava le cose per nome, capace come pochi di contrastare il veterosindacalismo di quegli anni. Un giorno andai a intervistarlo e lui mi disse “sono un democristiano non in crisi”. Poi aggiunse, scrivilo, così Fanfani è contento.

Aveva la grande dote di saper sostenere posizioni controverse, andando spesso contro il luogo comune altrui. Ma poi sapeva spiegare, correggere, adattarsi alle circostanze, qualche volta piegarsi con tutta la flessibilità del caso. Senza mai tradire, però.

E’ sempre rimasto il ragazzo di quei primi anni di militanza sindacale. Gli altri oggi ricordano il segretario del Ppi, il presidente del Senato, il candidato al Quirinale. Ma nel Marini degli inizi c’era già tutto. Ed era moltissimo, già allora.

MF