Che Conte non abbia pressoché nulla a che vedere con la tradizione democristiana sta scritto nella solida roccia dei suoi princìpi (anche se c’è chi quei princìpi non li ha voluti tener troppo da conto). Ma poi, al piano di sotto, esistono i traffici della quotidianità politica e parlamentare. E su questo piano il rapporto tra Conte e i pochi democristiani rimasti in scena -chiamiamoli “fu democristiani”- ha continuato a svolgersi secondo schemi che fanno un po’ sorridere e un po’ piangere.

Dunque, c’è il (fu) democristiano che vota a suo favore e parla e predica contro di lui. Il (fu) democristiano che raccoglie qualche parlamentare vagabondo per portarlo alla sua corte e intanto lo invita a dimettersi. Il (fu) democristiano che tratta e si lamenta di come viene trattato. Il (fu) democristiano che fa finta di trattare con il premier per trattare meglio altrove. Tecniche negoziali che Conte ripaga a sua volta con la stessa moneta.

Insomma, una commedia degli equivoci in cui ognuno dei protagonisti adopera le arti della propria furbizia per ottenere un vantaggio che la furbizia altrui tenta poi di dissipare. E’ la vecchia storia che procede (Marx dixit) prima per tragedie e poi per farse.

MF