Dare un senso ai propri litigi. Fissare un perimetro comune, e poi -dentro quel perimetro- sfidarsi e misurare le proprie differenze. E’ questo che dovrebbe fare un partito. In particolare, dovrebbe farlo il Pd. Ma a occhio e croce non ci sta riuscendo.

I partiti sono luoghi di convivenza. Oppure luoghi di insofferenza. In genere lo spirito di convivenza segna il loro inizio. L’insofferenza accompagna il loro declino. Nel caso di Renzi e dei suoi cari (ivi compresi, s’intende, gli anti-renziani) non si può dire che la reciproca tolleranza, e tanto meno il reciproco ascolto, li abbiano accompagnati in tutti questi anni. Ancor meno oggi, a quanto pare.

Ora, è ovvio che dentro il Pd si manifesta un malessere più profondo che è di tutta la politica italiana. L’incapacità di celebrare un rito unitario ha accompagnato la Seconda Repubblica verso il suo triste epilogo. Ma la “Terza”, se così la vogliamo chiamare, nasce sotto auspici perfino peggiori. Domina il particolarismo, e i quotidiani proclami di guerra di Di Maio e Salvini ogni giorno lo confermano.

Sperare che il Pd facesse eccezione a questa regola sarebbe stato un buon auspicio. Purtroppo, solo un auspicio.

MF