C’è qualcosa di involontariamente stucchevole nelle quotidiane prediche con cui il Pd insegue il M5S tentando un povanamente di ancorarlo a unidentità post-populista di cui non v’è traccia. Quelle prediche sono il surrogato di un litigio che non si vuole svolgere fino in fondo e di un auspicio a cui non si crede più di tanto.

  La realtà è che il M5S non è (forse) più il movimento della rabbia e della denuncia. Ma non è ancora, e non diventerà, il perno governativo di un moderno riformismo europeo. Dunque, per il Pd non si tratta della minaccia di tre anni fa ma neanche della speranza a cui affidare gli anni che restano.

  Così, il senso di responsabilità induce a non litigare e arriva fino ad evocare unalleanza strategica (nientepopodimeno!). Mentre allopposto i sentimenti indentitari degli uni e degli altri spingono verso un conflitto inesorabile, appena nascosto dietro le curve dellemergenza.

  In realtà manca ogni e qualsiasi idea su come affrontare il populismo nella sua fase ormai calante. Laddove non ha più molto senso fare la parte generosa di Pigmalione. Tanto più adesso che ci si va accorgendo che né Beppe Grillo né Giuseppe Conte somigliano alla mitica Audrey Hepburn.

MF