Dalla parte del “si” c’era l’establishment -tutto quanto. I partiti, i leader. Quelli vecchi, quelli nuovi, quelli nuovissimi. Tutti uniti nel recitare la filastrocca più facile, nel correre dietro l’argomento più di moda. Proporre a un popolo scontento di tagliare il numero dei parlamentari era fin troppo facile, e dunque che quel taglio abbia avuto la meglio era, diciamo così, nelle cose.

Dalla parte del no c’era un ragionamento. E cioè la consapevolezza che tutta questa recita populista contro la rappresentanza è solo un imbroglio, l’inseguimento di una convenienza. Tanto più sospetta quando a interpretarla sono i nuovi potenti, quelli che arringano il popolo contro la casta scendendo quatti quatti dall’auto blù.

Bene, se questi erano i termini della sfida, io dico che ci si può dichiarare soddisfatti. Infatti, che un terzo degli elettori abbia mostrato di condividere un ragionamento così poco demagogico è il segno di un risveglio di coscienza. Minimo, tardivo. Ma vero.

Certo, ci vorrà tempo. L’antipolitica ci ha messo più di un quarto di secolo per arrivare a destinazione. E l’antipopulismo non ci metterà di meno.

MF