Non ci si dica, per favore, che Conte è diventato “democristiano”. Si, certo, ha adottato un linguaggio sorvegliato, a tratti perfino plausibile. L’elogio delle parole “miti” suona dolce all’orecchio di chi non ne poteva più degli schiamazzi di prima. E se ora il presidente del consiglio tesse l’elogio della “sobrietà” c’è di che esserne contenti. Il prima era orribile, il dopo può forse -forse- essere migliore.

Ma nel discorso di oggi a Montecitorio è mancato qualunque accento di sincerità riguardo alla svolta che si vorrebbe celebrare. Tutto è implicito, racchiuso nei sottintesi. Non una parola, non un cenno al fatto che per quattordici mesi s’era presa una strada che si affacciava sul burrone del default del paese.

Il presidente del consiglio è stato ampolloso e perfino logorroico. Ma non ha trovato un modo per riconoscere che quei quattordici mesi, quell’”anno bellissimo”, quella retorica populista a cui l’avvocato del popolo aveva fatto così ampiamente ricorso, tutto questo ci stava mettendo alle corde -per usare un eufemismo.

Un democristiano lo avrebbe detto con prudenza. Ma lo avrebbe detto.

MF