Tira un’aria strana, intorno alla “via della seta”. Dietro le più rassicuranti parole d’ordine, si intuisce un tramestio che non promette niente di buono. C’è troppa sproporzione tra l’allarme manifestato da tanta parte della dirigenza mondiale (i vertici europei, l’amministrazione americana) e la benevola, indifferente noncuranza con cui le autorità italiane rispondono -vedi oggi l’intervista di Conte al Corriere della Sera.

Ora, l’Italia è un paese di frontiera, ed è giusto che in certi frangenti rimarchi una sua eterodossia, se così si può dire. Capitò anche nella Prima Repubblica, quando gli spigoli dell’ordine mondiale erano ben più acuminati. Ma quelle libertà che ci si prese allora erano sempre strettamente intrecciate a un’idea nitida delle nostre alleanze internazionali. Che ora non si intravede.

Pare invece di capire che si stia andando oltre. E che lo si stia facendo con quella disinvoltura un po’ furbesca che non ci possiamo permettere. Senza peraltro che l’argomento trovi posto nell’agenda parlamentare.

Come se fossimo al bar. E stessimo giocando alle tre carte. Forse perché è proprio così.

MF