Sarebbe il caso di ricambiare la fase “zen” dell’ex premier Renzi -ammesso che sia vera, ammesso che duri- con altrettanto sereno e olimpico distacco. Dunque, senza infierire, senza recriminare, senza fare i puntigliosi. Di maramaldismo in giro ce n’è anche troppo, e non è davvero il caso di aggiungersi.
C’è un punto, però, della relazione di ieri all’assemblea del Pd che non può passare sotto silenzio. Laddove Renzi dice: “Mi sono dimesso per cinque giorni di fila, più di tanti democratici cristiani nella loro vita”. Questo no, proprio no. Primo, perché Renzi non si è affatto dimesso -almeno da segretario del Pd. E per uno che fino a poche ore prima aveva detto che in caso di vittoria del no avrebbe addirittura lasciato la politica, celebrare l’uscita da Palazzo Chigi (e non dal Nazareno) come un segno di signorile indifferenza al potere suona davvero beffardo. Secondo, perché tra i democristiani di una volta, e perfino tra quelli più recenti, c’è gente che è rimasta attaccata alla poltrona con spasmodico affanno, ma anche altri che le poltrone hanno saputo abbandonarle al momento giusto.
L’ultimo Renzi -s’è visto anche nella coreografia dell’ergife- sembra amare molto Checco Zalone. Bene. Forse però è il caso di distinguere tra il bravo attore e il più discutibile profeta politico. Come attore, Zalone fa ridere. Come profeta politico, se ne sono visti di migliori a cui ispirarsi.