L’Italia di oggi è diventata un paese di urla e di silenzi.

La politica urla, appunto. Lo fa la maggioranza, con una retorica stucchevole eppure ogni volta assertiva e perfino dogmatica. E lo fa qualche volta perfino l’opposizione, travolta dal sentimento della propria indignazione.

La società civile, in compenso, sta zitta. Soprattutto quella parte di società che ha la fortuna di stare “in alto”: poteri forti, intellettuali, divi. Tutti quelli che solitamente firmano appelli, raccolgono adesioni, denunciano derive pericolose. E che ora sembrano aver perso il dono della favella.

Parliamo di gente che a suo tempo le ha cantate chiare a Berlusconi e poi a Renzi. Gente che ha messo sotto accusa stili di vita, riforme costituzionali e molte altre cose. Con la giusta severità. E che oggi, di fronte a una deriva che mette a rischio il paese e la sua storica collocazione internazionale, non trova il coraggio civile di dire una parola che suoni come un monito, o almeno come una testimonianza.

Così, una classe dirigente poco coraggiosa lascia che sia  solo Standard and Poors a fare opposizione.

MF