Le primarie indette dal Pd per scegliere i prossimi candidati sindaci non sembrano riscuotere grande successo. A Torino, domenica scorsa, sono andati a votare in pochi. A Roma e Bologna, domenica prossima, si spera in qualcosa di più. Ma nessuno sembra crederci più di tanto.

  Ora, premesso che alcune migliaia di persone che escono di casa per votare un candidato non meritano giudizi troppo saccenti, resta il fatto che queste contese appaiono più come un rito che come una scelta. A Roma Gualtieri combatte senza avversari. E a Bologna, dove pure la sfida appare più autentica, l’apparato di partito sembra aver già deciso da tempo a favore di Lepore. Dunque, la suspance rischia di essere meno della polemica.

  Il fatto è che tutti questi confronti avrebbero senso se i partiti fossero più aperti e contendibili. A partire dai loro sommi vertici. E invece in cima a quelle piramidi tutto appare  già deciso prima del tempo. Letta è stato richiamato dal suo esilio parigino ad opera dei capi delle correnti che lui vorrebbe sgominare. Conte è stato scelto senza che nessun antagonista fosse sceso in campo per sfidarlo. E a destra Salvini e Meloni dominano le loro formazioni con un’autorità che nessuno osa contraddire. 

  E’ lì che si nasconde l’equivoco. Partiti piramidali, governati da leader che camminano tra nuvole di incenso non appaiono credibili quando offrono ai loro elettori la scarna possibilità di “contare” alle primarie.    

MF