La fortuna dei “grillini” è che è finito il “grillismo”. O almeno, non si applica a loro. Tre anni fa il M5S ebbe dalla sua uno straordinario successo elettorale, il consenso di un italiano su tre. Tre anni dopo si dibatte in una grave crisi che l’avvento di Conte alla guida del MoVimento non sembra affatto aver risolto. Nel frattempo, hanno fatto proprie le più diverse formule di governo, hanno rovesciato alleanze e parole d’ordine, si sono divisi e contraddetti.

  Cose che capitano nelle migliori famiglie (politiche), verrebbe da dire.

  Peccato che tutta questa giostra si vada svolgendo in una zona opaca della nostra vita pubblica. Non c’è un confronto all’aria aperta, tra visioni e progetti diversi. C’è solo una retorica insistente che vorrebbe marcare la loro diversità dai partiti altrui e invece li fa somigliare ogni giorno di più alla caricatura della vecchia politica. Trattative segrete sui fondi da dividere, elenchi di iscritti custoditi come in una saga medievale e il sottinteso che appena possibile ci si dovrà liberare del vincolo dei due mandati per lasciare il dovuto spazio ai neo-professionisti del mestiere politico.

  Ora, tutto questo si potrebbe perfino considerare come il segno di una maturazione. Quasi il riconoscimento della complessità di ogni discorso pubblico, sempre bisognoso di un margine di tolleranza (anche verso se stessi). Peccato che manchi un piccolo esame di coscienza per avvalorarlo.

MF